Introduzione
Con queste poche parole, voglio trasferire a voi tutti che nella vita,
prima di iniziare qualsiasi tipo di attività, essa sia lavorativa,
sportiva o altro, ci dobbiamo porre degli obiettivi in modo
concreto, credendo profondamente a quello che andremo a
fare. Solo in questo modo riusciremo ad ottenere i risultati
prefissati, attuando il massimo impegno e costanza su tutto quello
che ci verrà richiesto. Una volta raggiunti, dovremo porcene di
nuovi, creando stimoli continui, con grande volontà e passione su
tutto quello che faremo nella nostra vita.
Biografia
Mi chiamo Andrea Cendron, sono nato a Treviso il 22 Febbraio
1969, e sin da bambino ho sempre praticato sport di gruppo. Ho
iniziato con il Calcio (un classico) all’età di 7 anni per poi
sospendere verso gli 11-12 anni, in quanto a scuola, il professore di
educazione fisica, ai tempi praticava Rugby. Iniziai quindi a
praticare questo sport con la palla ovale, nella società dove il
“profe” era allenatore della prima squadra. Dopo un periodo di
pratica decisi di sospendere perchè non riuscivo ad inserirmi come
desideravo.
Arrivato ai 14 anni, vista la mia statura (180 cm) decisi di praticare
il Basket con la maglia della Benetton Giovanile, ma anche in questo
contesto, il clima non era per niente meritocratico, anzi tutt’altro.
Infatti dopo circa 2 anni lasciai anche il Basket. Era il 1985 (al
tempo 16enne) quando a Treviso apriva la prima palestra privata in
città denominata “ATHLETIC GYM” decisi subito di iscrivermi e così
facendo iniziai a praticare Body Bulding. L’avventura, dopo risultati
soddisfacenti, continuò sino al 1993, anno in cui il Maestro Giovanni
Cecconato iniziò i corsi di Taekwon-do nella palestra che
frequentavo da parecchio tempo. Alla fine del 1993 conobbi il
Maestro Giovanni Cecconato il quale mi propose subito di
partecipare ad un paio di allenamenti di prova. Meditai molto, quasi
un anno prima di decidere cosa fare, in quanto legato fortemente al
body bulding, ma altrettanto demotivato e privo di stimoli. Nel
Novembre del 1994 iniziai graduatamente a praticare il Taekwondo.
Curriculum Vitae
Ho iniziato a praticare il Taekwon-do nel Novembre del 1994,
in modo concreto e continuativo da Aprile del 1995.
Il 22 Dicembre del 1995 vengo promosso al grado di 9°e 8° KUP.
Il 10 Maggio del 1996 vengo promosso al grado di 7°e 6° KUP.
Nell’Ottobre del 1996, partecipo allo stage con il M° Carmine
Caiazzo a Treviso. Il 20 Dicembre del 1996 vengo promosso al
grado di 5° KUP.
A Gennaio del 1997, partecipo al mio 1° Seminario con MASTER
BOS a Padova. Il 01 marzo del 1997 partecipo in qualità di atleta al
Campionato Italiano a Oderzo non ottenendo purtroppo un risultato
da podio. Il 09 Maggio del 1997 vengo promosso a 4° KUP. Da qui
in avanti, quasi un anno di lavoro sodo per conseguire il 13 Febbraio
del 1998 il grado di 3° KUP. Il 09 Maggio del 1998 partecipo a
Casacorba (TV) al Stage con il M° Willy Van de Mortel. Il 01 maggio
del 1998, partecipo al mio 1° Budo Champ a Riccione. Il 16 Maggio
del 1998 dopo 4 mesi di numerosi ed assidui allenamenti acquisisco
il grado di 2° KUP. Il 22 Novembre del 1998 partecipo al mio 1°
Corso Istruttori a Riccione ottenendo grande soddisfazione e
motivazione.
Il 19 Dicembre del 1998 vengo promosso al grado di 1° KUP.
Il 23 Gennaio del 1999 partecipo al corso arbitri regionali a Spinea
(VE) conseguendo la qualifica di Arbitro Regionale. Il 25 Giugno del
1999 supero con esito favorevole l’abilitazione all’esame per la
Cintura Nera. Il 04 Luglio del 1999 a Cecina (LI) ottengo con
grandissima soddisfazione il grado di Cintura Nera 1° Dan.
Nell’Ottobre del 1999 con il consenso e la guida del M° Cecconato
inzio il mio 1° corso come insegnante di Taekwon-do. Il 01
Novembre del 1999 partecipo al seminario/Corso Istruttori
internazionale con Master CHOI a Riccione.
Il 01 Maggio 2000, Partecipo al Budo Champ sempre a Riccione. Il
03 Giugno del 2000 inzio la mia esperienza come arbitro al
campionato italiano a Fano. Dal 28 Agosto del 2000, al 01
settembre 2000 partecipo al corso ”PREPARAZIONE AGLI SPORT DA
COMBATTIMENTO” tenuto e coordinato dal M° Giuliano Manente. Il
18 Novembre del 2000 partecipo al 2° corso istruttori a Riccione. Il
16 Dicembre del 2000 partecipo come arbitro al campionato italiano
di Napoli. Vengono a partecipare, sempre a Napoli come atleti, 6
miei allievi cinture gialle e verdi, conquistando 8 medaglie e una
coppa come migliore atleta. Il 13 Gennaio del 2001, partecipo al 2°
stage con MASTER BOS.
Il 18 Febbraio del 2001 a ROMA, vengo promosso al grado di
Cintura Nera 2° Dan. Il 30 settembre del 2001 partecipo al 3°
corso istruttori, ottenendo la qualifica di Istruttore. Il 20 Gennaio
del 2002 partecipo al corso tecnico a Cecina, tenuto da MASTER
BOS. Il 16 Marzo del 2002 partecipo come arbitro al Campionato
Italiano a Riccione. IL 15 Novembre del 2002, a Favaro Veneto
partecipo al seminario tenuto dai MASTER: BOS, TRAN,
TRATTENBERG. Il 30 Novembre del 2002, a Cecina (LI) partecipo al
corso tecnico, tenuto da Master BOS. Il 25 Gennaio del 2003,
partecipo come arbitro al Campionato Italiano a Riccione. Il 22
Giugno del 2003 a Terracina (LT) vengo promosso al grado di
Cintura Nera 3° Dan. Il 30 Settembre del 2003,a Riccione,
partecipo al 4° corso istruttori. Il 01 Novembre del 2004 partecipo
al 9° corso istruttori internazionale a Rimini, tenuto dai MASTERS:
BOS, TRAN, MARANO E TRATTENBERG. Il 05 Dicembre del 2004,
partecipo come arbitro all’OPEN di Riva del Garda. Il 25 Settembre
del 2005, partecipo al 5° corso istruttori a Riccione. Il 12 Novembre
del 2005, partecipo come arbitro all’OPEN di Terracina (LT). Il 13
Dicembre del 2005, partecipo al corso tecnico regionale a Riva del
Garda. Il 18 Febbraio partecipo ai Campionati Italiani, in qualità di
arbitro, esercitando in modo continuo il centrale e per la prima volta
il presidente di giuria. Il 13 Maggio del 2006, partecipo a Dese (VE)
al corso tecnico regionale.
Responsabilizzare le persone
Le persone, sono la risorsa più importante che noi abbiamo,
essenziale per la vita di tutti i giorni, e come tali vanno gestite in
modo equo e costruttivo, al fine di creare su di esse, qualcosa di
grande valore. Le persone come le macchine hanno bisogno di
manutenzione. Esse non devono venire consumate. Invece di
usarle ed esaurirle in breve tempo occorre fare uno sforzo da
parte dell’insegnante creando su di esse una continuità
riconoscendo l’importanza del fattore umano. Oggi la gente
non tollera essere gestita come i capitali e le macchine: Le persone
sono individui e devono essere trattati come tali. Quando
l’insegnante incoraggia la loro partecipazione, facendo
capire la loro importanza, le persone si sentono impegnate a
progredire. Per un’azienda, una associazione sportiva, un comitato
ecc ecc la sola vera sorgente di rinnovamento e’ costituita dalla
gente che opera in essa. Le persone vanno responsabilizzate in
base alle proprie conoscenze senza aver paura che queste non
arrivino agli obiettivi prefissati. Se le stesse non vengono mai
messe alla prova, noi non riusciremo mai a capire con chi abbiamo
a che fare e il tipo di persone che ci affiancano giornalmente. Con la
creazione di questa condizione ambientale, infatti, si incoraggia il
raggiungimento dei risultati. Pertanto l’insegnante deve
adoperarsi ogni giorno per migliorare le relazioni
interpersonali in ogni possibile situazione. Responsabilizzare,
significa delegare e dare fiducia ai collaboratori più capaci,
creando una condizione per cui la quale, il nuovo gruppo, cresca nel
modo migliore, lavorando in modo sereno, creando in questo modo i
migliori profitti. Abbiamo comunque il dovere di verificare l’operato
delle persone, in quanto delegare e respon-sabilizzare un individuo
nel fare un’azione non è mai semplice. Il responsabile ha il
dovere di verificare che l’operato dei suoi collaboratori venga
svolto con la massima profes-sionalità. È chiaro che
l’operazione di verifica va sempre gestita in modo tale che la
persona responsabilizzata venga incentivata a fare sempre il meglio
delle proprie capacità.
Delegare significa anche crescere ed espandere la propria
attività/associazione/gruppo, attraverso collaboratori capaci
i quali a sua volta possano crearne di nuovi. Tutto questo
richiede costanza e perseveranza nel tempo, arrivando in
questo modo a grandi risultati.
L’entusiamo in quello che facciamo
L’entusiasmo è un’energia straordinaria, è uno slancio che ci
spinge verso tutto ciò che per noi è veramente importante. È un
qualcosa che ci aiuta a superare la routine giornaliera creando una
fede verso la propria meta, nelle proprie possibilità. Purtroppo sono
poche le persone che accettano l’entusiasmo in se stessi e non
capiscono l’importanza di coltivare tutto ciò verso gli altri.
L’entusiasmo credo sia la qualità più importante che una
persona debba avere nel momento in cui si relaziona con le
persone. Se non siamo sicuri di noi stessi e di quello che abbiamo
accuratamente imparato, se non siamo convinti su quello che
andremo a proporre alla gente che ci sta attorno, non riusciremo
mai a suscitare, interesse e fiducia perché l’essere umano ci possa
ascoltare. Attenzione: dobbiamo credere profondamente a ciò
che facciamo, nel nostro ramo/settore. Ci vuole uno slancio
decisivo, una profonda fiducia nella possibilità di ottenere il meglio
dalle persone che ci circondano durante il nostro cammino. Molte
persone credono di suscitare entusiasmo o a sedurre le menti delle
persone con strumenti di propaganda servendosi esclusivamente di
servizi pubblicitari e quant’altro. Questo purtroppo non basta,
bisogna fare molto di più.
Il Leader che manipola e inganna prima o poi si ritrova
attorniato da “partigiani” privi di propria volontà o meglio
ancora, senza alcun obiettivo, privo di qualsiasi significato.
Nelle scuole e nelle imprese ci sono molte persone che occupano
posizioni di un certo segmento, le quali, fanno il possibile per
spegnere l’entusiasmo degli altri, in modo particolare verso i più
giovani che arrivano carichi di valori. Gli stessi, quando si accorgono
che possono essere intaccati nella posizione che occupano,
spengono all’istante i valori e principi innovativi delle persone
arrivate da poco nel nuovo contesto. Perciò feriscono, umiliano e
mortificano i portatori di nuove strategie inerenti al futuro
dell’attività, distruggendo in questo modo una preziosa ricchezza
dell’umanità.
Allenatori, Istruttori e Maestri
“La gente vuol far parte di una squadra
al di là del singolo risultato.
Vuole far parte di qualcosa di più grande di loro stessi.”
Il ruolo degli Allenatori, Istruttori e Maestri, è
strategicamente molto importante in quanto occupa una
posizione di snodo delle principali relazioni che si vengono a
formare all’interno delle società sportive. Il potere del tecnico è
molto alto a livello simbolico: “il potere di fare o non fare giocare, di
aprire o chiudere le porte d’accesso al divertimento”.
L’allenatore è il leader istituzionale della squadra sportiva; il suo
ruolo è caratterizzato da funzioni e attività varie e complesse che
richiedono competenze in campo tecnico, psicologico, e
presuppongono un grande equilibrio emozionale. Egli all’interno
della squadra è la figura (il perno) su cui si incentrano e intorno
a cui ruotano tutte le attività della squadra e la vita sportiva dei
singoli. La sua funzione principale è sicuramente quella di utilizzare
al meglio le risorse in suo possesso e col tempo a disposizione
portare gli atleti ai massimi livelli di prestazione.
In quanto guida della squadra deve darsi degli obiettivi generali, il
cui raggiungimento richiede da parte sua non solo doti tecniche, ma
anche requisiti di personalità, quali intelligenza e capacità di
stabilire rapporti sociali.
Stabiliti gli obiettivi, l’allenatore deve individuare gli
strumenti adatti per raggiungerli.
Trasferire le proprie conoscenze significa assumere nello
stesso momento le funzioni di educatore - formatore, di
tecnico - organizzatore e di leader.
L’istruttore/Maestro ha il compito di formare atleti maturi
fisicamente e psicologicamente, il più possibile completi sul piano
tecnico. Ad ogni allenamento sarà suo compito cercare di sviluppare
e migliorare le abilità cognitive come percezione e memoria di
selezione della risposta. La sua funzione di “docente” è quindi la
caratteristica più importante del ruolo che ricopre. Per un Maestro è
importante che gli atleti conoscano bene la tecnica, e poiché non
può gareggiare al loro posto, egli ha il compito di preparare il
singolo e la squadra a prendere proprie decisioni. Allenare, infatti,
vuol dire incrementare l’indipendenza, portare gli atleti a pensare
oltre che ad agire da soli.
L’allievo ideale è una persona capace di pensare, di fare delle scelte,
non un giocatore imbottito di nozioni, costruito per essere telecomandato.
Fra i compiti chiave di un Maestro vi è quello di
occuparsi della motivazione, una volta veniva chiamata
passione, intesa come stimolo che muove e dirige il
comportamento dei suoi atleti. Senza motivazioni non vi è
partecipazione né tanto meno apprendimento. Anche in campo
sportivo si parla di motivazioni primarie e secondarie: le prime
attengono principalmente alla sfera emotiva e sono il gioco e
l’agonismo, mentre le seconde fanno riferimento alla sfera sociale e
culturale, e comprendono i bisogni affiliativi, estetici e di successo.
Le responsabilità di cui il Maestro si fa carico durante la gestione di
un corso sono molteplici.
Sarà suo compito sviluppare un senso di appartenenza,
utilizzando il “noi” per far si che gli atleti si sentano una
forza unica con lui; è fondamentale infatti far conoscere ad
ogni allievo le proprie lacune, in modo tale che lui stesso
possa applicare più intensamente le mancanze tecniche. Il
Maestro non dovrà dimenticare di fissare obiettivi comuni e
chiari, regole da rispettare, orari per esempio, fattori questi
che favoriscono la coesione del gruppo e prevengono
eventuali conflitti.
Un buon Maestro deve evitare inoltre punizioni eccessive che
rischiano di far aumentare la paura di incorrere nell’errore.
Insegnare, significa trovarsi faccia faccia con gli allievi. E’ quindi
essenziale stabilire delle regole per affrontare questa
situazione, una metodologia per trarne il maggior beneficio. Ci
sono metodi differenti nel modo di insegnare, quali funzionano
meglio? Si può tenere una conferenza, si possono porre
continuamente dei quesiti, o fare ogni tanto una domanda di
verifica, si può far vedere come si eseguono le tecniche e poi farle
applicare, o lasciare che gli allievi le scoprano da soli, in base a un
manuale. Nonostante le numerose ricerche e sperimentazioni
nessuno è riuscito a definire il metodo migliore in assoluto,
resta però confermato che qualunque metodo funziona, se alla base
esiste una adeguata preparazione su quello che andremo ad
insegnare. Tuttavia un grande campione del motociclismo degli anni
60 affermava che le basi del “Mestiere” si possono insegnare,
poi ognuno di noi, nel momento opportuno, sviluppa la
propria tecnica. È sempre comunque l’istruttore a scegliersi il
metodo che ritiene più congeniale.
Esistono comunque 10 punti molto importanti nella quale
impostare la lezione.
1) Illustrare verbalmente gli argomenti trattatti nella lezione.
2) Usare sempre degli esempi pratici prima di far eseguire le
varie tecniche.
3) Essere pronti ad usare diverse strategie per illustrare un
argomento importante in modo da rassicurarsi che tutto il
gruppo sia in grado di capire quello che volete loro trasferire.
4) Matenere sempre una sequenza logica durante la lezione
senza comunque tralasciare gli argomenti di minore
importanza, dedicando comunque una soddisfacente
attenzione a quelli principali.
5) Aiutarsi sempre con i manuali tecnici specialmente all’inizio,
accertandosi che gli argomenti trattati siano illustrati in modo
chiaro e coinciso.
6) Possibilmente, sin dall’inizio, fornire agli allievi un manuale
tecnico, in modo da aiutarli nel lavoro da svolgere.
7) Ritornare più volte sui punti e concetti fondamentali.
8) Riconoscere pubblicamente il miglioramento dell’allievo.
Questo riconoscimento deve essere ripetuto ad ogni
occasione, mettendo in evidenza che l’aumentata competenza
è una sicura garanzia per la continuità dei risultati.
9) Incoraggiare i rapporti interpersonali e gli scambi di
informazioni con gli allievi, date loro la possibilità di dialogare
con voi quando è consentito. Non dimenticate l’intero gruppo
quando comunicate con un solo allievo. Fate capire loro la
differenza tra; allievo, allenatore, istruttore, Maestro e Master
in modo costruttivo.
10) State sempre attenti all’uso della terminologia tecnica, delle
sigle e delle abbreviazioni, supponendo che gli allievi non ne
conoscano sempre il significato.
Per concludere, è importante che il Maestro, in quanto leader e
coordinatore della lezione sia visto dai partecipanti al corso come
una risorsa preziosa e come un ricettore di informazioni degno di
grande rispetto e fiducia. Per poter stabilire questo tipo di rapporto
con gli allievi affidatevi sempre al buon senso, alla pazienza, alla
buona volontà. Non stancatevi mai ripetere le cose, anche perchè le
persone che vi circondano sono diverse tra loro. Non pensate di
avere a che fare sempre con i vostri simili. Cercate di costruire
un ambiente meritocratico, mantenendo una linea tra le persone
facendoli sentire interessati su quello che stanno facendo.
Concludendo impegnatevi sempre per la perfezione e rassicuratevi
in qualsiasi istante che le persone siano in grado di dare in base alle
proprie capacità. Pensate sempre a costruire e non a demolire.
Non lamentatevi mai davanti agli allievi, trovate piuttosto
soluzioni.
“IN QUALUNQUE CONTESTO VOI VI TROVATE SIATE
ESEMPLARI PER TUTTI“
Le parole che valgono
Viviamo immersi giornalmente di moltissime parole e spesso non
siamo consapevoli del loro straordinario potere. Possono
entusiasmare deprimere o incoraggiare; aiutare o ferire. Imparare
ad usarle molto spesso diventa difficile. Dobbiamo umilmente
imparare ad usarle correttamente in ogni situazione, per
comunicare con rispetto ed intelligenza. Ognuno di noi ha la facoltà
di scegliere le Parole che valgono, quelle che gratificano e
motivano, scaldano il cuore e consolano, restituiscono fiducia e
autostima. Usate parole di conferma, specialmente quando vi viene
posta una domanda, in modo concreto e deciso, tale che la persona
che vi ascolta sappia apprezzare quello che state facendo. Usate
parole convincenti quando un allievo presenta delle incertezze o
difficoltà. Molto spesso le parole servono a far sorridere i vostri
allievi, nel senso che durante l’allenamento la classica “Battuta”
qualche volta ci stà. Ricordatevi che le parole ben dette, hanno il
grande potere di cambiare in meglio la vita dei vostri allievi. Fate
dunque attenzione a scelgliere saggiamente le vostre parole.
Le parole incoraggianti risollevano il morale, creano dei risultati
inaspettati e migliorano il rendimento giorno dopo giorno di
qualsiasi persona. In qualsiasi sport o disciplina dobbiamo utilizzare
parole di incitamento, anche quando il contesto ci porta ad
esprimere un’osservazione, questo per migliorare le persone che
abbiamo con noi, in modo da farle crescere sempre più. Non
dimenticate che la gente si vuole divertire, lavorando chiaramente
in modo serio e rispettoso. Di seguito vi riporto alcuni pensieri
sull’immane importanza delle parole durante la pratica di uno sport:
1) Siate padroni dei vostri nervi, non lasciatevi mai andare anche
se qualcuno vi induce a farvi perdere la pazienza.
2) Il Leader deve avere la capacità di comunicare con le persone
più lontane, per il bene del gruppo e dei risultati di tutti,
dando nel contempo la sensazione di averlo fatto di propria
iniziativa.
3) Non criticate, o meglio non esprimete aspre critiche alle
persone durante la lezione. Fatelo piuttosto alla fine della
stessa usando parole costruttive, facendo loro capire che
l’osservazione è finalizzata esclusimente alla crescita
dell’allievo.
4) Quando un allievo si dimostra all’altezza della situazione,
cercate di fare un complimento sincero, facendo capire a tutto
il gruppo l’importanza di fare le cose in modo professionale.
5) Un buon Maestro è colui che sa mostrare ai propri allievi
(parlando loro) ciò che potranno divenire nel tempo, anzichè
ciò che sono.
6) Al termine della lezione dialogate un paio di minuti ponendo
loro alcune domande, in modo da rassicurarli su quanto fatto.
Per concludere, la ricerca ha dimostrato che un allenamento
positivo può accrescere l’autostima e la fiducia in se stesso
di un allievo. Il che si traduce in maggior piacere nel
praticare l’attività sportiva. Create un ambiente fondato nella
PAROLA. Solo in questo modo arriverete agli obiettivi. Le
parole che valgono sono quelle che hanno il potere di:
1) Renderci merito per le nostre conquiste.
2) Tirarci su quando il mondo ci butta giù.
3) Spronarci a dare il meglio di noi stessi.
4) Sostenerci nei momenti difficili della vita.
5) Aiutarci a credere in noi stessi
6) Sorprenderci con una gioia inattesa
7) Mostrarci che altri credono in noi
8) Illuminare le nostre giornate, dandoci un’energia positiva
9) Gratificarci, riconoscendo l’impegno per il lavoro svolto
10) Illuminare il nostro operato, nei momenti di merito
11) Mostrare cortesia e rispetto
12) Dare suggerimenti e consigli
13) Fornire informazioni utili
14) Incoraggiare e motivare
15) Evidenziare ciò che c’è di buono nella realtà e nel prossimo.
Cercate sempre il metodo meno fastidioso per esprimerVi.
Il bisogno più profondo della natura umana è il desiderio di
sentirsi importanti. Se vuoi avvicinarti a chi ti sta intorno, sii
consapevole del potere della comunicazione, la quale
dipende solo da te stesso.
L’arte come strada per il futuro
Ricordo che, molti anni fa, sentivo spesso parlare di Arte, anzi il
termine più conosciuto, quando un individuo realizzava qualcosa di
straordinario era denominata “Opera D’arte”. Quando fai una
scoperta, hai sempre l’impressione di aver raggiunto il cuore delle
persone, l’essenza. Subito dopo, altri fanno nuovi progressi,
nascono obbiezioni, e quella scoperta perde di importanza. Questo
per dirvi che la scienza è come l’attualità. La notizia ti eccita, ma
subito dopo invecchia e se la ripeti rischi di annoiare gli altri. Quali
sono allora, le cose che tutti continuano a cercare, ad apprezzare,
ad amare nel corso dei secoli e dei millenni: L’arte solamente
l’arte, al di là della tipologia della stessa.
Noi tutti ricerchiamo l’arte in svariati campi, nella scuola, nel
lavoro, nella vita privata e nello sport, sopratutto in
quest’ultimo il quale ci forma e ci costruisce sin da bambini.
Possiamo definire l’arte l’opposto dell’attualità. I giornali, una volta
che li abbiamo letti, non ci interessano più. Stessa cosa per uno
spettacolo televisivo, lo guardiamo, ridiamo, ci divertiamo ma
ripetuti più volte ci annoiano. Ecco che allora ci chiediamo che cosa
ha l’arte di particolare rispetto alle cose appena citate; ha la
grande forza di farci uscire dalla nostra quotidianità, dai
nostri pensieri, dalle nostre stanchezze, dale nostre delusioni e dal
nostro malumore, portandoci un’atmosfera più alta e serena. Nella
nostra vita quotidiana, tutto è allo stesso livello e tutto è più o
meno urgente, più o meno utile. Presi dale nostre attività
quotidiane, passiamo indifferenti accanto a ciò che è nobile,
sublime, come a ciò che è meschino e volgare. L’ARTE, nasce
dalla diversità, non dal contrasto, non dall’opposizione.
Mentre l’opinione, l’ideologia, la religione dividono, L’ARTE
UNISCE.
Credo fortemente che l’ARTE sia essenziale per qualsiasi
persona, perchè senza di essa il mondo sarebbe annoiato,
seduto, senza alcun stimolo.
Quando ci impegnamo a fare qualcosa di speciale, questa, una
volta terminata può essere definita OPERA D’ARTE.
Oggi il mondo non è più organizzato attorno alla religione e alla
chiesa. Eppure l’arte di una cattedrale, ci parla ancora, ispira la
nostra vita presente, ci comunica un’energia che arrichisce I nostri
sentimenti e le nostre intenzioni.Quando dimostriamo con delle
azioni il nostro sapere a chi ci sta sopra, impegnandoci al
massimo, dando il massimo, lavorando con il massimo entusiasmo,
anche in questi casi diamo prova della nostra ARTE.
L’ARTE MARZIALE, è un’energia positiva, una ispirazione
forte, una potenza creativa, umana e universale.
Essa descrive la nostra anima in tutta la sua complessità, I suoi
tormenti, le sue aspirazioni. Mostra come vorremmo vivere, cio che
vorremmo essere. Giornalmente ci ricorda ciò che possiamo
diventare nel tempo.
Anche se sono passati centinaia e miglia di anni, anche se quel
particolare tipo di società di un tempo è scomparsa, essa riesce a
guidarci e a fornirci mete e valori.
Per concludere L’ARTE MARZIALE, è la strada (DO) che
tracciamo davanti a noi, una strada di perfezione, un insegnamento,
un monito, un comando, una chiamata. L’esperienza che viviamo
praticando, ci arrichisce sopratutto mentalmente. L’arte di
insegnare in modo corretto ed onesto può essere definita come lo
sviluppo del carattere, della personalità e delle abitudini delle
persone, creando delle tattiche costruttive attuando sempre il gioco
di squadra.
Quando una persona rinuncia all’arte, alla bellezza, per
adagiarsi solo sulle esigenze della vita quotidiana, sul guadagno
economico, sul puro interesse personale, sul piacere fisico, significa
che ha perso la sua richezza interiore, il suo slancio vitale. Ha perso
la sua anima e quindi il suo futuro. Non sa più cosa fare ne dove
andare e il suo cammino diviene oscuro e difficile.
La Gioia di Imparare e Insegnare
La scuola dell’autonomia, una scuola autonoma, una scuola che
cammina da sola, senza le danze della burocrazia. Ma, per
camminare da sola, la scuola dell’autonomia ha bisogno di
motivazioni intrinseche. Nella scuola della burocrazia c’erano gli
adempimenti. Ora non ci sono più. Tutto si affida alla
responsabilità degli operatori scolastici. Gli operatori scolastici
debbono rispondere ancora all’Amministrazione scolastica,
attraverso il Sistema nazionale di valutazione, ma debbono
rispondere anche agli utenti. Soprattutto agli utenti, agli alunni
ed alle loro famiglie gli operatori scolastici debbono
rispondere dei risultati dell’organizzazione e della
realizzazione dell’azione educativa e didattica.
Si tratta di una responsabilità nuova, finora scarsamente
sperimentata, che ora deve crescere, se si vuole che la scuola
dell’autonomia abbia successo.
Tuttavia, forse la responsabilità maggiore degli operatori scolastici
non è quella verso l’Amministrazione scolastica e verso gli utenti,
ma quella verso se stessi. Seppure necessarie, la responsabilità
verso l’Amministrazione scolastica e la responsabilità verso gli
utenti non bastano.
Occorre una responsabilità più forte, una responsabilità che
offra maggiori garanzie, una responsabilità che nasca
dall’intimo, una responsabilità che nasca più che dal senso
morale, dal piacere, da quello che il Documento dei Saggi
chiama il gusto per l’insegnamento, il piacere che viene dal
far conoscere, far discutere, far costruire sapere.
Senza questo piacere gli operatori scolastici, e in particolare
i DOCENTI, non possono svolgere appieno i loro compiti
formativi.
Possono anche istruire, ma non possono educare. Possono
insegnare a leggere. ma non possono far nascere l’amore per la
lettura; possono insegnare le regole, ma non possono far nascere il
piacere del matematizzare. La scuola è il luogo dove nasce
l’amore del sapere (filosofia), la gioia ed il gusto di imparare e di
fare da sé.
Questa gioia e questo gusto non si insegnano, ma si
contagiano, e non possono contagiarli coloro che non li
possiedono.
Pertanto, il primo compito del Dirigente scolastico della scuola
dell’autonomia è quello di creare le condizioni perché questo
piacere, questo gusto, questa gioia abbia modo di esprimersi
compiutamente nei docenti. In tale prospettiva, il dirigente
scolastico della scuola dell’autonomia non è l’uomo della legge, non
è il funzionario che richiede gli adempimenti normativi, ma è
l’animatore, è colui che riesce a far esprimere il gusto per
l’insegnamento, il piacere che viene dal far conoscere, far
discutere, far costruire sapere. E, per ottenere questo, egli deve
creare un clima nuovo nella scuola, un’organizzazione nuova,
peraltro pienamente coerente con le indicazioni normative del
regolamento dell’autonomia scolastica. La scuola dell’autonomia è la
scuola della flessibilità. Ma la flessibilità non riguarda solo i
calendari e gli orari, ma anche e soprattutto i raggruppamenti degli
alunni e le attività dei docenti. La flessibilità non è qualcosa di
astratto, ma si correla strettamente alle esigenze formative ed alle
caratteristiche personali dei singoli alunni.
La flessibilità nasce dall’esigenza di dare risposte diversificate alle
diversificate esigenze formative dei singoli alunni attraverso
un’organizzazione educativa e didattica diversificata in rapporto alle
diversificate caratteristiche personali dei singoli alunni.
La flessibilità non è un’organizzazione educativa e didattica
uniforme per tutti gli alunni delle singole scuole che si
sostituisce all’organizzazione educativa e didattica uniforme
imposta dall’Amministrazione scolastica, ma è
l’adeguamento continuo dell’organizzazione educativa e
didattica alle esigenze ed alle caratteristiche personali dei
singoli alunni.
In tale prospettiva, il lavoro dei docenti non può essere più
organizzato in astratto, secondo i tradizionali modelli della classe,
dell’ora di lezione, delle discipline, ma si rende anch’esso flessibile,
si adegua alle esigenze ed alle caratteristiche personali dei singoli
alunni. Solo così si assicura il successo formativo in termini di piena
formazione, nel rispetto delle identità personali, sociali, culturali e
professionali dei singoli alunni.
Ma, secondo quanto sopra si è detto, questi risultati possono essere
assicurati, solo nella misura in cui ogni docente viene messo nella
condizione di poter anch’egli esprimere se stesso, i propri
atteggiamenti, le proprie competenze, le proprie conoscenze.
E allora, l’organizzazione educativa e didattica deve essere tale da
consentire ad ogni docente di poter esprimere appieno la propria
identità professionale, la propria vocazione, la propria competenza.
In tale prospettiva, il dirigente scolastico deve promuovere
un’organizzazione educativa e didattica che consenta ad ogni
docente di coltivare la propria identità professionale. Ogni docente
deve poter esprimere le proprie vocazioni, propensioni,
predilezioni e deve avere la possibilità di coltivarle, di
approfondirle, di aggiornarle. Ogni docente deve poter coltivare
ed esprimere la propria eccellenza. Ogni docente deve essere
un’eccellenza ed il gruppo docente deve configurarsi come una rete
di eccellenze, di star (starnet), a prescindere anche dai ruoli
ascritti.
La flessibilità consente anche il superamento dei ruoli ascritti e
l’operatività dei docenti secondo le loro eccellenze professionali.
Solo se ogni docente sarà messo nella condizione di poter esprimere
la propria eccellenza, la propria originale professionalità, le proprie
originali competenze, egli lavorerà con gioia. In questo modo, agli
alunni si offriranno le competenze eccellenti in tutte le discipline, in
tutte le attività.
La qualità della competenza professionale complessiva della scuola
sarà elevata al massimo e l’efficacia dell’azione educativa e didattica
raggiungerà i massimi livelli di qualità e di produttività.
È questa in fondo la logica della Qualità totale.
Ma è questa la logica della vita, che è la logica dell’autorealizzazione
personale. Gli esseri viventi sono naturalmente
impegnati a sopravvivere, ad affermarsi, ad autorealizzarsi: le
piante, gli animali, i bambini, i docenti, i dirigenti scolastici.
È, questo, l’augurio più vivo che dobbiamo farci.
E’ probabile, che il successo formativo dei singoli alunni o
allievi , che costituisce la ragion d’essere della scuola
dell’autonomia, è legato soprattutto alla gioia di imparare
degli alunni ed alla gioia di insegnare dei docenti.Su questa
gioia occorre puntare giornalmente!!!
Comunicazione e Soddisfazione
La comunicazione tra un Maestro ed i suoi atleti riguarda un ambito
relazionale di prima importanza, è in questo spazio che si colloca la
contrattazione tra le due volontà: quella dell’atleta e quella del suo
Maestro. In questo spazio si delinea il profilo di un rapporto che può
andare dal totale affidamento alla pregiudiziale sfiducia.
Un Maestro quando comunica con un atleta, deve sempre ricordare
che la sua parola, il suo atteggiamento devono influenzare non solo
il gesto tecnico, ma tutto il comportamento, dalla fase di
preparazione fino a quella agonistica o amatoriale che sia.
Comunicare bene significa insegnare meglio, che determina un
maggior apprendimento, e migliorare la relazione, sia a livello
individuale sia di gruppo; entrambi gli aspetti favoriscono una
migliore prestazione. Nessun Maestro è istituzionalmente allenato a
comunicare bene. La comunicazione è un’abilità e così come le
capacità motorie sono allenabili, lo è anche la comunicazione.
Così come un allievo lavora per migliorare la sua tecnica,
anche un istruttore può apprendere stili comunicativi più
funzionali nella trasmissione di informazioni all’interno della
palestra.
Insegnando non si finisce mai di apprendere, in quasi tutti i
casi il processo di apprendimento non è mai terminato. Può capitare
di assistere ad una seduta di allenamento di un collega, anche solo
per decidere se si è d’accordo con ciò che viene proposto o meno.
Le diverse funzioni a cui deve associare un Maestro sono:
L’allenatore (è la persona che aiuta l’allievo a parlare il
linguaggio sotto il profilo tecnico/sportivo);
L’assistente Istruttore (deve trasmettere lezioni di sport e di
vita alle persone per formare la loro personalità);
L’istruttore (deve capire i ragazzi e dare loro gli stimoli
giusti per ogni situazione sia dentro ma soprattutto fuori
della palestra);
Il Maestro (deve saper sostenere quando è necessario ed
essere severo quando è indispensabile)
Maestri non si nasce, si diventa!
Molti si trovano a passare da un ruolo di atleta a quello di
istruttore per diversi motivi, dove la voglia e la passione per
lo sport magari sono le stesse, ma ciò che cambia è il modo
di esprimerli.
Comunicare letteralmente significa far comune ad altri, ciò
che è nostro, vuol dire trasmettere dei contenuti, condividere. Prima
di comunicare è necessario pensare per sapere cosa si vuol
comunicare.
Quindi le regole per giungere ad una comunicazione efficace,
sono essenzialmente: il sapere “cosa” si comunica, a “chi” e
“come” lo si fa. Questo vuol dire che prima di trasmettere degli
insegnamenti di sport, è importante sapere che idea si ha di quello
sport che viene preso in considerazione.
Quando un Maestro insegna una nuova tecnica o un nuovo schema
non può prescindere dall’idea che ha, e di conseguenza la sua
metodo-logia di insegnamento, e dalla sua idea di atleta, ovvero
quale tipo di persona meglio si adatta alla sua filosofia.
Per una comunicazione efficace è quindi importante conoscere i
valori di fondo e le idee che ogni Maestro ha e che tecnicamente si
traducono su come funzionano le due identità Maestro-allievo e che
determinano il tipo di relazione che si va ad instaurare.
È importante che ogni Maestro abbia chiari i valori su cui
costruisce il proprio gruppo, questa chiarezza gli darà
sicuramente più stabilità. Per arrivare ad una comunicazione
efficace è importante avere chiari i propri valori, la propria filosofia
che permette di fissare e avere ben delineati gli obiettivi da
perseguire.
È importante, oltre a sapere il compito da svolgere, anche
con “chi” si va a svolgerlo e “come”.
La comunicazione implica una relazione in cui due identità, nel caso
specifico un Maestro e un allievo, si incontrano, interagiscono
attraverso il linguaggio verbale e il linguaggio non verbale. Queste
identità non sono in un rapporto statico ma dinamico, il che significa
che si influenzano reciprocamente.
Essere consapevoli di “come” si esprimono i contenuti e le
idee attraverso la comunicazione, non è meno importante del
conoscere i valori che spingono verso gli obiettivi e del sapere con
chi si interagisce. “Non si può non comunicare”, ogni
comportamento, infatti, è comunicazione. È un messaggio la parola,
il silenzio, il gesto e il contesto. Ogni volta che entriamo in
relazione con qualcuno o qualcosa il nostro corpo reagisce
(comunica), prestare attenzione alle nostre reazioni emotive e
corporee, aiuta ad avere consapevolezza del modo di relazionarsi.
Nessuno è perfettamente identico nelle diverse relazioni.
Quando si incontra una persona nuova, già dal primo impatto
si incomincia a provare qualcosa; è importante che prima di
pensare e parlare si impari a sentire e guardare.
Nella comunicazione si possono distinguere un aspetto di fondo,
valori antropologici, e un aspetto tecnico, composto da
comunicazione verbale e non verbale.
L’allievo è il frutto dell’Istruttore o del Maestro. Il vero
insegna-mento, apprendimento deve essere fatto di idee chiare,
spiegazioni semplici, dopo è importante la dimostrazione del gesto,
osservare e capire dove ci sono problemi, provare a risolverli;
invece di demonizzare gli eventuali errori occorre analizzarli e prima
di proporre nuove soluzioni valutatele bene. Questo stimola la
curiosità e porta più risultati, e poi ripetere anche all’infinito, fino a
quando ce n’è bisogno.
La voce del Maestro nella conduzione dell’allenamento è una
cosa importante, deve avere autorità senza essere
autoritaria.
Egli deve continuare a stimolare le funzioni cognitive facendo
domande, conducendo alla scelta più giusta rispetto alle situazioni
specifiche.
La conduzione dell’allenamento migliora se il Maestro ricorda
i tre motivi che portano l’allievo da lui e che devono essere
sempre i suoi tre principi: imparare, divertirsi e giocare.
Più sarà in grado di realizzare questi tre principi più sarà il suo
successo come insegnante. Il problema della comunicazione delle
informazioni, ha un’importanza decisiva per coloro che giornalmente
ricoprono l’incarico di trasferire informazioni e cioè insegnare; per
esempio se un’allievo non riesce a vedere e a capire il tipo di
movimento ripetuto più volte, non si renderà conto di quello che sta
facendo.
In questi casi dobbiamo comunicare immediatamente con lui in
modo costruttivo anche se verbalmente ripetuto molte volte,
sviluppando una tecnica diversa dalla precedente in modo da
centrare l’obiettivo.
Le persone non si oppongono tanto ai cambiamenti tecnici
quanto ai cambiamenti sociali che investono le loro relazioni
interpersonali.
Ciò è dovuto al fatto che ciascuno pensa che ogni cambiamento
possa alterare le sue relazioni prestabilite nell’ambito
dell’organizzazione. Una persona innovativa deve perciò evitare di
essere così immerso nei problemi di cambiamento e di
miglioramento da perdere la consape-volezza dei problemi che
possono preoccupare gli altri.
Ci sono tre principi sulla comunicazione che possono aiutare la
gente ad adattarsi al cambiamento:
1) Dire alle persone ciò che potra influenzarle direttamente
(interesse nel lavoro che stanno facendo).
2) Dire alle persone ciò che vogliono sapere piuttosto di ciò che
vi interessa far sapere loro.
3) Dire le cose con tempestività in modo concreto evitando di
tralasciare qualsiasi dubbio o perplessità su quello che si sta
facendo, evitando dicerie da parte del gruppo.
La risposta positiva al lavoro svolto è altrettanto importante. Una
persona ha bisogno di incoraggiamenti e complimenti
quando svolge un lavoro in modo efficiente. Credo fermamente
che la comunicazione è la chiave per ottenere la collaborazione da
parte di tutti. Teniamo ben in considerazione che ogni allievo vuole
raggiungere il proprio obiettivo (Agonista, Istruttore ecc ecc), vuole
anche che il gruppo cui rappresenta abbia successo.
La Leadership
Il concetto di leadership è strettamente connesso
all’influenza sociale, infatti nonostante quest’ultima sia un
processo reciproco, appare più esatto dire che i leader
influenzano gli altri membri del gruppo più di quanto essi
possano essere influenzati.
Nei gruppi non tutti i ruoli hanno lo stesso valore, quindi vi sono
differenzazioni di status nella maggior parte dei casi. Si afferma che
il leader è colui che esercita maggiore influenza sul gruppo,
mostrando più iniziativa, occupando una posizione più alta nella
gerarchia e più centrale nella rete di comunicazione del gruppo.
Le definizioni di leadership che sono state date nel tempo
sono numerose ma in sostanza è quel processo volto ad
influenzare un individuo o un gruppo che mira al
conseguimento di uno o più obiettivi in una determinata
situazione. Sicuramente la differenza che va sottolineata è
quella tra il leader democratico, pronto alla comunicazione
anche sul piano personale con i membri del gruppo, e quello
autocratico, che prende le decisioni autonomamente senza
confrontarsi con alcuno. Mentre il primo è attento alle
esigenze altrui il secondo s’interessa esclusivamente allo
svolgimento del compito.
Quando il leader è benvoluto dal gruppo, non viene messa in
discussione la sua autorità e il compito è ben definito, egli
non deve preoccuparsi del morale e può concentrarsi sul compito;
quando invece non è ben accetto, dispone di poco potere e il
compito è ambiguo, egli non è in grado di intervenire sul morale.
L’allenatore deve essere il centro di unità e coesione per il gruppo,
colui che si assume il peso delle responsabilità, quindi spetta a lui il
ruolo di leader, assieme a quello di educatore e tecnico. Egli deve
rappresentare un modello essenziale, creare uno stato
d’animo sereno, assumendosi il peso delle responsabilità. Per
analizzare i rapporti interni fra allenatore e atleti è stato messo a
punto un modello multi dimensionale per lo studio della leadership
in ambito sportivo. Questo modello sottolinea come la prestazione e
la soddisfazione della squadra siano strettamente connesse al
comportamento del leader.
Gli stili decisionali del Maestro possono variare da quello
autocratico, dove le scelte vengono prese senza consultare
nessuno, a quello delegante, in cui vengono delegati alcuni atleti
per le decisioni, e ancora a quello consultivo o di gruppo dove le
scelte vengono prese di comune accordo con gli atleti.
Gli stili decisionali sono parte portante del comportamento infatti in
base alle scelte prese per la squadra si instaurano determinati tipi di
rapporti.
I Maestri considerano, il favorire l’affiatamento tra gli atleti,
lo stabilire norme di comportamento e il sostenere la
motivazione, caratteristiche comportamentali importanti per
lo svolgimento del proprio lavoro. La sfera socio-affettiva
quindi è ritenuta più importante rispetto all’aspetto
strettamente tecnico, legato alle tattiche di gioco.
Le maggiori difficoltà che un Maestro si trova a dover
affrontare sono problemi scolastici, di lavoro, famigliari e
non ultimo la gestione di atleti convinti
di non avere più bisogno di direttive.
Un buon Maestro deve quindi disporre di qualità
interpersonali superiori alla media, poiché se si trova in
situazioni difficili da gestire, rischia, se non è in grado di
automotivarsi, di incorrere nel fenomeno del Burn out; quando
infatti esaurisce le sue energie va incontro ad un crollo psicologico e
motivazionale, non riuscendo più a far fronte alle onerose esigenze
della sua attività.
Definire quindi il comportamento ideale che deve avere un
Maestro non è compito facile, sicuramente sarà importante da
parte sua far sentire tutti gli atleti importanti, senza esasperare
l’atleta ai fini della vittoria.
Come avviare i bambini allo sport
Chi opera nell’ambito sportivo sa che una delle preoccupazioni più
sentite dai genitori è quella di trovare lo sport più adatto per i propri
figli. Normalmente si cerca uno “sport completo” e la domanda
che più spesso viene fatta è quale sia lo sport “più completo” in
assoluto. Come è ovvio, la risposta che si dà in questi casi è che
non esiste uno sport veramente completo in assoluto, in quanto
ogni attività fisica, quando viene indirizzata verso una
specializzazione, promuove nel praticante certe caratteristiche a
discapito di altre.
La cultura popolare vede nel nuoto la disciplina che
maggiormente soddisfa l’esigenza di sport “omnicomprensivo”,
ma, ad un esame più attento, risulta evidente che neppure il
nuoto può fregiarsi di questo titolo, perché, ad esempio, non
interviene su importanti qualità quali l’abilità di coordinare il corpo
rispetto allo spazio circostante, la propiocettivtà, la capacità di
saltare, correre o lanciare oggetti e la capacità di socializzare e di
lavorare insieme agli altri per un obiettivo comune.
Ma allora, quale sport scegliere ed a quale età cominciare
l’avviamento sportivo?
Per prima cosa occorre capire se la richiesta di svolgere un’attività
fisica organizzata proviene dal bambino o dal genitore. Spesso il
bambino mostra semplicemente una decisa e naturale volontà di
muoversi, mentre è del genitore il desiderio di iscriverlo ad un corso
piuttosto che ad un altro, magari per motivi di comodità
organizzativa nella gestione familiare.
La prima indicazione da dare è che il bambino si deve divertire a
fare quello che fa. Iscriverlo ad un corso, magari prestigioso,
dove però il piccolo allievo non si trova a suo agio, è
sicuramente deleterio. Visto che normalmente le scuole di
avviamento sportivo accettano i piccoli principianti dai cinque anni
in su, soffermeremo l’analisi alla fascia di età compresa tra i cinque
ed i sette anni. In questo periodo di crescita, il bambino ha forti
motivazioni allo sport. Quando si appassiona ad un’attività motoria,
ovviamente sotto forma di gioco e di divertimento, manifesta un
grosso impegno ed evidenzia la presenza di una motivazione
concreta e dominante. Probabilmente i due fattori primari che
agiscono da molla sono il gioco e l’agonismo, oltre ad altri fattori
secondari. In particolare non va sottovalutato l’agonismo, che
traduce in realtà, a livello simbolico, bisogni della persona del tutto
naturali, in questa età, collegati all’aggressività,
all’autoaffermazione, all’interazione con la realtà. L’agonismo,
dunque, essendo un fattore compensativo, equilibratore e
liberatorio, se viene vissuto in un contesto organizzato,
gestito da un istruttore preparato, e adeguata-mente
controllato, funziona da decongestionante psichico,
favorendo la crescita psichica ed emotiva dell’allievo. La
pratica sportiva con manifestazioni agonistiche, quindi, magari non
risolve, ma contribuisce a lavorare sui bisogni e le ansie individuali
del bimbo, favorendo anche il suo inserimento “sociale”. I fattori
cosiddetti secondari cui si accennava, sono probabilmente più
importanti nel ragazzo e nell’adulto che non nel bambino, infatti
possono essere ricondotti in variabili legate a vari fattori, se non
addirittura ad ansie nevrotiche, forme compensative, legati
all’identità sessuale.
Possono però apparire anche in queste età, quando, ad esempio, il
bambino “sente” che il genitore desidera con forza che egli
pratichi una certa attività e non vuole deluderlo, anche se
non l’appassiona.
Iscrivere un bambino ad un corso di avviamento allo sport, quindi,
significa agire anche sul suo sviluppo psichico, oltre che su quello
fisico. La pratica sportiva prolungata, infatti, ha degli effetti sulla
personalità, essendo dimostrato, ad esempio, che può agire su
eventuali atteggiamenti. La cosa importante è che sempre
l’attività venga prospettata, sia da parte dei genitori che
degli insegnanti come un qualcosa di divertente, che “è bello
fare”, onde evitare spiacevoli inconvenienti, a dimostrazione che lo
sport, in certi suoi eccessi, non fa sempre bene, quali, ad esempio,
la sindrome da paura dell’insuccesso. Si tratta di una sorta di ansia
preagonistica, con una complessa sintomatologia psichica e
somatica.
Mentre l’atleta adulto lavora e si allena in funzione del
risultato, ciò non deve assolutamente avvenire per il
bambino e per il giovanissimo.
Tra l’altro questo è sbagliato non solo evidentemente su un piano
etico e sociale, ma anche funzionale e della specializzazione: un
grande specialista di domani, infatti, deve oggi essere un bambino
che si diverte a fare sport e che cresce equilibrato e ricco di
esperienze motorie. Non ha ragione di essere, dunque, il timore di
alcuni genitori che il proprio figlio non possa diventare un campione
se non comincia a specializzarsi in tenera età. È più vicino al vero
semmai il contrario. È però importante che fin da piccolo
acquisisca varie esperienze di movimento. Anche lo stress
agonistico deve essere assolutamente evitato: un atleta maturo
deve avere una carica psicologica tale da farlo lottare fino alla fine,
in gara, contro il suo avversario, anche se si tratta del suo migliore
amico. In un bambino, però questo significherebbe caricarlo della
pressione di un intero ambiente affettivo: genitori, allenatore,
compagni a cui egli tiene. L’ansia potrebbe essere maggiore del
piacere della pratica sportiva. Ecco perché la specializzazione va
ritardata il più possibile.
Le età indicate sono quelle in cui i giovani allievi venivano avviati ad
una specializzazione sportiva. Anche da questi dati possiamo
ricavare argomenti per tranquillizzare i genitori in merito al fatto
che per bimbi di età tra i cinque ed i sette anni non è
assolutamente opportuno individuare già un indirizzo
specialistico.
Chiarito questo, mettiamoci ora nei panni del genitore
coscienzioso che, resosi conto dell’importanza fisica e
psicologica di una sana attività corporea per il figlio, si trovi
in mano tre o quattro volantini di polisportive e di centri di
avviamento allo sport e debba scegliere a quale corso
iscriverlo. Per dargli un consiglio occorre capire di che cosa ha
bisogno un bambino di età compresa tra i cinque ed i sette anni.
Occorre innanzi tutto tenere in debito conto dell’ambiente di
provenienza del bambino. In ambiente rurale possono non esserci
problemi che sussistono in un ambiente urbano dove i bimbi, a
volte, sono letteralmente deprivati sul piano senso-motorio:
innumerevoli ore spese davanti alla televisione o al computer
o a i video-giochi, gli spazi ristretti e monotoni, l’innaturale
interdizione motoria, producono forti mancanze nel campo delle
abilità motorie, che devono essere recuperate dall’insegnante
sportivo. Ciò, però, non può avvenire per mezzo di ginnastiche
ritualizzate o sport ripetitivi a scarso contenuto cognitivo, come, ad
esempio il nuoto, se praticato in modo tradizionale, ma attraverso
programmi differenziati, continua-mente arricchiti in senso ludico ed
estremamente variati. Al contrario, un bambino che già a
cinque anni si arrampica sugli alberi e gioca all’aperto con i
coetanei non ha un tale gap da recuperare. Non è possibile
riassumere in modo preciso le caratteristiche psicologiche degli
allievi di questa fascia di età, perché vi sono sensibili differenze fra
ciascuna delle tre età e tuttora la ricerca scientifica non dà risposte
che possano intendersi come definitive. A cinque anni il bambino
risente ancora del processo di identificazione con il genitore dello
stesso sesso, pur essendo consapevole della propria diversità e del
proprio corpo. Vi è comunque una dipendenza morale ed affettiva
dagli adulti. Il gioco tra bambini di questa età, che è il modo
principale in cui si manifesta il comportamento sociale, è
caratterizzato da continui litigi ed aggressioni fisiche, magari
violente, ma di breve durata. Il processo in corso, però, porta ad
atteggiamenti di tipo sempre più associativo, all’interno dei quali i
bambini giocano ed agiscono per realizzare un identico scopo. Dai 6
anni, invece, cominciano ad esserci notevoli progressi
nell’acquisizione della consapevolezza del proprio corpo e della
propria psiche. Inizia anche a comprendere come gli altri lo vedono
e lo giudicano, quindi richiede agli altri di essere rispettato e di
essere tenuto in giusta considerazione. Reagisce ai rimproveri e alle
gratificazioni. Il settenne manifesta un notevole interesse per il
proprio corpo e si diverte ad esplorarne le caratteristiche e le
capacità. La sua capacità di socializzazione aumenta e, lentamente,
tendono a diminuire le tendenze egocentriche. Verso gli otto anni,
infine, aumenta e si rende del tutto evidente il bisogno, da parte del
bambino, di autorealizzarsi, anche in funzione dei modelli che
l’adulto gli dà. Occorre considerare che non sempre l’apprendimento
motorio per imitazione è proficuo e redditizio per il bambino.
L’allievo, infatti, può eseguire i gesti motori solo se
precedentemente è stato posto in grado di avere imparato
esperienze motorie più semplici ed elementari. L’apprendimento di
ogni gesto può essere impossibile se prima il bambino non ha
appreso gesti più semplici che fungono da “mattoni” per costruire
quello più complesso. Quindi il processo tradizionale di
insegnamento dei gesti motori: “dimostrare”- “fare
eseguire”- “correggere” potrebbe non essere il più corretto,
anche perché potrebbe dare origine a situazioni cariche di ansia o di
frustrazione. L’obiettivo, quindi, è quello di instradare l’allievo
sulla via di una buona esecuzione motoria, affinché il bimbo
acquisisca padronanza dei gesti. A partire dai cinque anni,
quindi, l’apprendimento motorio deve avvenire sempre per gradi e
favorendo l’espressione spontanea ed individuale, in forma gioiosa e
ludica. I bambini imparano dai propri errori. Una caratteristica
importante dell’insegnante, quindi, deve essere quella di non
sottolineare l’errore o correggerlo, ma di stimolare le
capacità autocor-rettive dell’allievo, inserendovi elementi
motivanti l’attenzione e la ripetizione, anche per evitare che il
bambino, sopraffatto dall’insuccesso o dalla frustrazione e dal
rimprovero, si ritragga dal ripetere l’esperienza.
Un'altra considerazione che spontaneamente viene alla mente è che
l’istruttore può divenire più importante nella scelta della
disci-plina sportiva. Visto che, come abbiamo sottolineato,
l’attività in queste fasce di età deve essere generale, varia e non
specialistica, nonché priva di eccessi agonistici, non ha in realtà
grande importanza quale disciplina viene scelta. La cosa importante
è che l’istruttore sia preparato e conosca quanto detto.
Purtroppo in molte società sportive si verifica un
meccanismo distorsivo per il quale gli aspetti agonistici
hanno il soprav-vento su quelli ludico-formativi. Prendiamo ad
esempio il caso del calcio, semplicemente perché è lo sport più
diffuso nel nostro paese. Una società sportiva di medie dimensioni
ha perlomeno una squadra giovanile per ogni categoria, dai “pulcini”
in su fino alla “primavera”. Visto che, per un’errata ma diffusa
concezione di quello che è il prestigio sportivo, le società si fregiano
dei successi o comunque dei risultati delle proprie formazioni
giovanili, la dirigenza spesso assegna gli allenatori o gli istruttori
alle varie squadre collegando direttamente la qualità e l’esperienza
del preparatore alla categoria, in modo che i ragazzini più giovani,
appunto i cosiddetti “pulcini” si ritrovano l’istruttore più giovane ed
inesperto, che oltretutto viene comunque incentivato a raggiungere
risultati agonistici nei tornei di categoria. Questo è proprio
l’atteggiamento da evitare.
Il genitore dovrebbe assicurarsi che nei primi tempi di
pratica sportiva il bambino sia indirizzato verso un percorso
di crescita fisica e psicologica in cui l’agonismo venga
coltivato e gestito, perché utile al suo sviluppo psichico ed
emotivo, ma non esasperato.
Un altro aspetto da non trascurare è la famosa distinzione
tra sport di squadra e sport individuali. Secondo i più, i primi
favorirebbero le capacità dell’allievo di socializzare e di inserirsi in
un gruppo, mentre i secondi promuoverebbero maggiormente la
capacità del singolo di assumersi la responsabilità del risultato
finale. In realtà questa distinzione ha più ragione di essere quando
l’attività sportiva è finalizzata ad un risultato agonistico e quindi in
un periodo successivo a quello che stiamo prendendo ora in
considerazione.
Non va dimenticato, inoltre, che un buon insegnante è in
grado di creare un forte clima di squadra, di solidarietà e di
partecipazione anche in sport individuali, ad esempio organizzando
saggi, cosa peraltro assai positiva anche per piccoli allievi
compresi nella fascia di età tra i cinque ed i sette anni. Facciamo
ora un’appunto sulle discipline marziali, all’interno delle quali
vengono fatte alcune osservazioni sulle caratteristiche stesse, senza
alcuna intenzione di fare graduatorie di merito o pretesa di dare
indicazioni esaustive.
Le Arti Marziali e lo Sport da Combattimento sono attività
spesso malviste dai genitori che temono per l’incolumità dei figli.
In realtà, se ben gestite, sono discipline utilissime allo sviluppo
dei bambini, che lavorano sulla coordinazione, la mobilità
articolare, entrano in contatto con la propria aggressività ed
imparano a conoscerla. A tal proposito segnalo il programma
studiato, creato e ottimizzato con manuale stampato dal M°
Giovanni Cecconato VI dan, il quale tratta come avviare i
bambini al Taekwon-do. Il programma prevede varie fasi di sviluppo
ed è rappresentato da un manuale il quale deve essere consegnato
al genitore prima ancora che il bambino inizi la pratica della
disciplina.
Conclusioni
Iniziando la pratica del Taekwon-do, la
consapevolezza dei benefici che mi stava
dando, cresceva giorno dopo giorno. Riuscivo
a percepire, allenamento dopo allenamento,
una piacevole sensazione di serenità, calma
interiore, ottimismo e autocontrollo. Oggi,
dopo quasi dodici anni dí assidua e costante
pratica del Taekwon-do I.T.F., mi ritengo una
persona oltre che fortunata, soddisfatta e
realizzata.
Il Taekwon-do lo ritengo parte fondamentale
della mia vita, continua a farmi crescere ed
aiutarmi dentro, ma sopratutto fuori dalla
palestra nella vita quotidiana. Voglio
ringraziare tutte le persone che hanno preso
parte al mio apprendimento insegnandomi i
vari aspetti dell’arte marziale iniziando da
Master Willem Jacob Bos VIII Dan, Master
Carmine Caiazzo VII Dan, Il M° Giuliano
Manente V Dan, Il M° Daniele Vettorello V
Dan, Il M° Alessio Cervetti IV Dan e tutti
coloro i quali hanno creato in me lo spirito
marziale. Ringrazio in modo particolare la
persona che mi ha avvicinato ed introdotto a
questa meravigliosa disciplina marziale e
lavorando sodo, è riuscito a farmi capire che
nella vita esiste qualcosa di speciale.
IL Taekwon-do
Un riconoscimento speciale al Presidente
della Federazione ItalianaTaekwon-do
M° Giovanni Cecconato VI Dan
Grazie di cuore Maestro.
Andrea Cendron